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Sottomessa al Piacere -Thailandia-Cap10-P1di3


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
19.10.2026    |    1.904    |    1 8.0
"Daniela non lo manda via, lo fissa a sua volta, un sorriso sottile che incoraggia lo sguardo senza concedere nulla..."
Thailandia Capitolo 10 Parte 1

*** MICHELA ***

Il crepuscolo tinge il bungalow di arancione. La luce entra bassa, taglia il letto, mi scalda le cosce. Sale e frangipane passano dalle finestre aperte. Le onde battono a venti metri. Le cicale non smettono. È tardo pomeriggio e l’aria è così umida che il vestito mi si appiccica prima ancora che io esca.

Indosso un vestito nero a rete.
Leggero.
Spacchi che salgono sopra i fianchi.

Quando cammino, la rete si apre e gli anelli alle grandi labbra tintinnano. Sono anelli da quattro centimetri. Pendono. Non si nascondono. Sul pube, in lettere gotiche, SLAVE. Sul seno destro, quando la scollatura si sposta, il viso di Daniela. Occhi chiusi, bocca appena piegata.
La scollatura scende sotto l’ombelico. La catenella del piercing, scintilla a ogni respiro. Le spalline sottili faticano. Il seno è abbondante, i capezzoli tesi, gli anelli spingono la rete e la lasciano a punta. Nel culo il plug blu da 8,5 centimetri ronza. Carico. Vibra. Lampeggia nella penombra e mi tiene sul bordo, senza farmi venire.
Daniela è accanto a me, in bianco. La scollatura sulla schiena le lascia il culo sodo scoperto. Il plug rosso scintilla quando si china sul trolley.

Il sandalo mi arriva prima della sua mano.
Mi guarda.
Mi inchioda.

*** DANIELA***

«Ti manca qualcosa, puttana.» Lo dico piano, perché il tono basso le fa più effetto delle urla. Dal trolley esce una catenella grossa, due pinzette alle estremità. Metallo. Freddo.

«Vieni qui. Petto in fuori.» Le aggancio le pinze agli anelli dei capezzoli. Non ai capezzoli nudi: agli anelli, così il peso tira dove lei è già marchiata.
Geme.
«A-ahhh!» La catena si tende. Un peso vero. Un dolore che le si mescola al piacere, lo vedo da come le si chiudono gli occhi e da come le si bagna l’interno coscia. «Adesso sei una perfetta schiava. Si esce. Io ti tengo. Se qualcuno guarda, non ti copri. Se qualcuno chiede, rispondi che sei mia.»

*** MICHELA ***

«Sì, Padrona.» La voce mi esce spezzata, un filo roco che tradisce il tremore. Il cuore mi martella contro le costole, un battito accelerato che fa pulsare il viso di Daniela tatuato sulla mia pelle. Lei afferra la catenella con una presa sicura, le dita che serrano il metallo freddo. Un brivido mi percorre la schiena ancor prima di muovere il primo passo.

Usciamo. La sabbia del sentiero conserva ancora il calore del giorno, un tepore che sale attraverso la rete sottile dei miei sandali. Ogni movimento tira gli anelli ai capezzoli, un dolore acuto e familiare che si mescola al piacere. I metalli tintinnano a ogni passo, un accompagnamento ritmato dal ronzio persistente del plug che illumina di blu opalescente la stoffa nera aderente al mio culo.

Dall’aperto ristorante arriva la melodia di un khim, note dolci e sensuali che si insinuano nel mio respiro affannato. Avverto gli sguardi prima ancora di incontrare gli occhi: peso fisico che scivola sulla pelle nuda, sulla catena tesa, sulla scritta nera sopra il pube. Una coppia si ferma lungo il sentiero. L’uomo fissa la catena che collega i miei capezzoli, poi lo spacco del vestito dove luccicano gli anelli alle labbra, infine le lettere gotiche SLAVE.
La donna mormora qualcosa all’orecchio del compagno, voce bassa e carica di curiosità. Io mantengo le gambe deliberatamente aperte, sentendo l’aria calda della sera che mi accarezza intimamente.

*** DANIELA ***

«Più lenta.» La catena d’acciaio si tende tra le mie dita, fredda e implacabile.
«Voglio che leggano ogni lettera stampata sulla tua pelle, che contino ogni anello.» Il tuo passo si fa più misurato, ma non abbastanza. «Spalle indietro. Petto in offerta.» Sento il metallo scivolare un centimetro, un avvertimento.
«Se la catena cade, te la rimetto così stretta che sentirai il ferro fondersi con l’acciaio dei tuoi piercing.» La tengo corta, un guinzaglio di dolore e possesso.

Due passi dietro di me sono già una distanza imperdonabile. Voglio sentire il tintinnio umido degli anelli tra le tue cosce, il lamento strozzato che ti sale in gola quando il peso tira sui capezzoli già irritati.

«Dì qualcosa. Fammi sentire che sei ancora lì, che non ti sei persa nel vuoto. Non camminare zitta come una morta.»

*** MICHELA ***

«Tira, Padrona. Fa male. Mi piace.» La voce mi esce più forte del previsto, un suono roco che attraversa la distanza umida tra noi e la coppia. Sento il battito sincopato della mia fica, un tamburo bagnato che martella contro la rete nera del vestito. L’odore si alza come vapore da un pozzo caldo: salmastro, metallico, il profumo acre del mio desiderio mescolato all’umidità della sera tropicale. Arriviamo all’ingresso della sala da pranzo aperta, dove l’aria si carica di spezie e il khim suona note basse e persistenti.

La cameriera ci attende sull’uscio. La sua pelle è color cannella scura, lucida di sudore lungo il collo. Occhi a mandorla, grandi e scuri, si fissano prima su di me, poi scendono lungo il corpo, indugiando sulla catenella d’acciaio che unisce i miei capezzoli tirati, tesi come corde di violino. Indossa una divisa corta, bianca e leggera, che si appiccica al suo corpo con ogni movimento. Odore di vaniglia baratta, calda e dolce, mescolata al sudore fresco di servizio. I suoi occhi si spalancano, le pupille si dilatano mentre fissa la catena, il modo in cui scintilla sotto le luci basse del pergolato, il modo in cui ogni mio respiro la fa oscillare leggermente, tirando la carne sensibile e infiammata.

*** CAMERIERA ***

«Il tavolo d’angolo è libero.» La voce mi esce più bassa del solito, con un tremito che sento salire dalla gola. Queste due le conosco—le ho servite a pranzo. La giovane che stava sotto il tavolo, nascosta dalla tovaglia lunga. La bionda che non ha mai alzato la voce ma comandava con lo sguardo. E adesso la catena—un luccichio d’acciaio che unisce i suoi capezzoli, tirati, tesi. Guido loro verso il tavolo. La stoffa della tovaglia, candida e pesante, sfiora le loro cosce mentre si muovono. Prima di allontanarmi, le dita mi prudono, un bisogno fisico, quasi un crampo.
«Posso—» deglutisco «—tirare la catenella?»

*** DANIELA ***

«Puoi.» La mia voce è un filo di seta tagliente.
«Una volta sola. Ma fallo con convinzione. Tirala come se volessi strapparle via il respiro. E voglio che i tuoi occhi siano inchiodati ai suoi, che tu veda esattamente il lampo di dolore che le attraversa la faccia nel momento esatto in cui il metallo morde la sua carne.»

*** MICHELA ***

Si avvicina, un’onda di vaniglia baratta e sudore caldo di servizio che precede il suo corpo. La sua mano, le dita umide, serra il metallo freddo della catena. Un attimo di sospensione, un respiro trattenuto. Poi lo strattone—netto, deciso, un taglio d’acciaio che solleva i miei seni e strappa un gemito strozzato dalla gola.

«Aaaah!» Il dolore brucia lungo i nervi, nitido come vetro, mentre il piacere esplora all’istante tra le gambe, accendendo la fica di un tremito elettrico. Sento il liquido scivolare lungo l’anello interno, caldo e denso. L’odore si alza acre e salmastro, mescolandosi al profumo di vaniglia e al respiro affannato che ora ci lega in tre. Lei non lascia la presa; trattiene ancora, prolungando la morsa del metallo sulla carne infiammata. Io ansimo, il petto che sale e scende come se avessi corso.

*** CAMERIERA ***

«Quanto vorrei usarti.» Le parole mi escono come un respiro caldo, basso e umido, solo per loro. La mia mano, le dita ancora tremanti dal calore del metallo che ho appena stretto, si solleva quasi a toccare l’aria tra noi.
«Se la tua Padrona è d’accordo.» Deglutisco, sentendo il sapore salato del sudore sulle mie labbra. «Stanotte sarò libera verso le dieci. Posso venire al bungalow. Posso stare in ginocchio sul pavimento di legno, immobile, ad aspettare. Posso non parlare, se preferite, tener la bocca serrata e gli occhi bassi.»

*** DANIELA ***

«Ci penserò.» Il mio sorriso non è un’offerta, è un confine tracciato con il filo di rasoio.
«Ma ricorda: stanotte sarò io a usare te. Non tu a usare me.» La mia mano si solleva, indicando il sentiero oltre il pergolato.
«Passa dal bungalow dopo il tuo turno. Ma se senti altre voci—se senti lei che geme o me che comando—non entrare. Aspetti fuori, in ginocchio sul legno bagnato della veranda, finché non ti chiamo.» Le sue labbra si separano in un respiro umido. Annuisce una volta, breve e precisa, poi si volta. I suoi fianchi oscillano sotto la stoffa leggera della divisa, un’oscillazione calcolata che il suono del khim inghiotte dopo pochi passi, lasciando solo il tintinnio dei nostri metalli.

*** MICHELA ***

Ci sediamo, i nostri vestiti si alzano come per volontà propria. La pelle nuda dei nostri culi incontra la fredda paglia delle sedie di rattan, un brivido improvviso che mi strappa un gemito basso. Appoggio la catena d’acciaio sul tavolo di teak; si distende tra i bicchieri di vetro spesso, un terzo commensale muto.
Arriva il curry di gamberi—l’odore piccante di peperoncino fresco, la dolcezza del latte di cocco, il taglio acido della lemongrass.
Il primo boccone mi brucia la lingua mentre, sotto la tovaglia di lino pesante, resto deliberatamente aperta. Ogni volta che allungo il braccio verso la ciotola del riso al gelsomino, la catenella si tende, tirando i piercing irritati. Ansimo. Gli anelli alle grandi labbra tintinnano contro la paglia della sedia ogni volta che mi muovo. Se il vento solleva un lembo della tovaglia, la scritta SLAVE sopra il pube è in piena vista. Il viso assorto di Daniela, illuminato dalla lampada a olio appesa al pergolato, riflette una luce calda sul suo seno. Un uomo al tavolo vicino si china, finge di raccogliere un tovagliolo caduto, e i suoi occhi scivolano lungo la catena fino allo spacco del mio vestito. Daniela non lo manda via, lo fissa a sua volta, un sorriso sottile che incoraggia lo sguardo senza concedere nulla.

*** DANIELA ***

«Mangia.» Il mio pollice le passa sul labbro, sentendo il calore umido del curry che le macchia ancora la pelle.

«Tieni le ginocchia aperte. Voglio che senta l’aria muoversi lì dentro, che si raffreddi il liquido sulle cosce. Se cola sulla paglia della sedia, non ti pulire, deve essere la cameriera a trovare quella macchia lucida domattina, a sentire il tuo odore mescolato alla cera del legno.» Le dita mi scendono lungo il collo, fermandosi sulla catena d’acciaio appoggiata al tavolo.

«Adesso dimmi cosa vuoi stanotte. Ad alta voce. Non nel pensiero. Voglio sentire tremare le parole in gola.»

*** MICHELA ***

«Voglio che mi tiri per la catena fino alla discoteca, che ogni passo sia un tiraggio sui piercing, un gemito strozzato sotto le luci al neon. Voglio che il fotografo non solo veda la fica ma la fotografi spalancata, con gli anelli umidi che pendono e la scritta SLAVE illuminata dal flash.
Voglio che Jennifer afferri la catena con quelle dita forti e tiri una volta, netta, mentre mi guarda dritto negli occhi.
Voglio squirtare in pista se me lo ordini, sentire il sudore degli altri corpi mischiarsi al mio, il plug che ronza a ogni movimento.
Voglio tornare al bungalow aperta e usata, con le cosce sporche e la gola riarsa, e bere l’acqua direttamente dalle tue mani prima di dormire.» La voce mi esce roca, graffiata dal curry e dal desiderio. La lingua è ancora calda di spezie, ma la fica brucia di più, un fuoco basso e umido che pulsa in tempo con il tintinnio degli anelli.

«E voglio che la cameriera, se viene bussando stanotte, mi trovi ancora incatenata, con il metallo freddo che serra la carne infiammata e il tuo odore addosso.»

*** DANIELA ***

«Bene.» La sua mano scivola lungo la catena d’acciaio fino al lucchetto sopra il mio sterno. Le sue dita serrano il metallo, un’affermazione. «Allora non ti sgancio. Finisci di mangiare. Ogni boccone sotto questa tovaglia è un atto di obbedienza. Poi prenderemo i caffè fuori, sotto il pergolato, dove l’aria umida del mare si mischierà all’odore del tuo sudore. E dopo, si balla in discoteca.» La sua voce si abbassa, si fa più scura, più vicina.

«Ricorda: stasera Omar può solo guardare. Non è autorizzato a toccare. Se ci prova, se la sua mano scivola verso di te, dovrai fermarlo senza toccarlo. Solo con la bocca. Niente mani.»

*** MICHELA ***

Finiamo. I piatti vengono portati via con discrezione, lasciando solo le macchie di curry sul lino bianco. Usciamo. Sotto il pergolato, l’aria è densa di gelsomino e sale. Il caffè arriva in piccole tazzine di ceramica scura, amaro come l’obbligo. Dall’altro lato della spiaggia, un’arpa krapeu intreccia note basse e liquide alle onde che si infrangono, un ritmo che mi culla e mi tiene sveglia insieme, come la tensione costante della catena. la cameriera avanza tra i tavoli, un vassoio di vetro tremante tra le mani. I suoi occhi scivolano lungo il mio corpo: si fissano sulla catenella che unisce i miei seni, sulla rete nera che non trattiene nulla, sul lucchetto che brilla sotto le lanterne. Si blocca. Il respiro gli si ferma in gola; un velo di sudore gli imperla la tempia. Appoggia il vassoio storto; i bicchieri tintinnano.

** CAMERIERA **

«Il caffè…» La voce gli esce strozzata, incerta.
«È per tutte e due?» I miei occhi corrono da un punto all’altro: la catena, la scritta SLAVE appena visibile se il vestito scivola, il plug che lampeggia azzurro sotto la rete ogni volta che respiro.
«Se… se vi serve altro…»

*** DANIELA ***

«Solo il caffè.» La mia voce esce piatta, opaca come il vetro di una bottiglia lasciata al sole. Osservo i suoi occhi scivolare lungo la catena d’acciaio che unisce i suoi seni, indugiare sullo spacco del vestito dove la pelle luccica di sudore e desiderio trattenuto.

«La mia schiava ti sta offrendo uno spettacolo. Apprezza pure. Ma se la tua mano oltrepassa il bordo di questo tavolo, ti ritroverai a servire caffè in un altro resort domani mattina.» Vedo il rossore salirgli dal collo come la marea, macchiargli le tempie di vergogna ed eccitazione repressa. Appena si allontana, le dita mi serrano attorno al metallo freddo della catena. Tiro, un centimetro preciso, calcolato. Un gemito le sfugge dalla gola, basso e strozzato, ingoiato dal fruscio delle palme e dal rombo lontano del mare.

«Brava.»

Il mio sguardo scivola lungo il suo corpo: i capezzoli duri che sollevano la rete nera del vestito, la curva umida del pube dove gli anelli pendono immobili e lucenti come monete antiche, la scritta SLAVE sopra il pube che sembra pulsare sotto la luce delle lanterne. «Non ti sei coperta. Fino alle dieci resti così. Aperta. In mostra. Ogni respiro che fai è mio. Ogni sguardo che attiri mi appartiene.»

*** NOTE ***

---ANNO 2000---
Dopo la meravigliosa avventura del Natale 1999, vi presento una nuova storia, tutta ambientata in Thailandia che vi terrà compagnia per i prossimi mesi. Anche questo è un romanzo basato su personaggi veri e storie autentiche. Come, vi ho abituato, ogni settimana pubblicherò un capitolo suddiviso in tre parti. Quanti capitoli saranno? Non ve lo dico, lo scoprirete voi!

---La Musa e lo Scrittore---

Questa storia non è autobiografica, ma nasce dalle confidenze reali e bollenti della mia amica "Damabiancaesib" (potete ammirarla qui su a69, cercatela). Altri hanno provato a raccontarla, ma lei ha scelto mia penna, anzi la mia tastiera, per svelare le sue fantasie più oscure. Nessun plagio, solo la magia di trasformare i suoi segreti in letteratura. Io sono "solo" l'autore e vivo senza catene, ma lascio sempre la porta socchiusa a chi sa stupirmi con proposte intriganti.

---A Voi la Mossa---

Incoronatemi Maestro dell'Erotismo con un bel voto, o lasciate un commento spudorato. E se vi sentite audaci, scivolate nei miei messaggi privati: chissà che una proposta indecente non trasformi la fantasia in realtà in qualche Club Privé di Bologna...
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